05 Dicembre 2025
L’aggettivo “falso” indica chi fa o dice il contrario di ciò che pensa, con lo scopo di ingannare qualcuno. Sanno, dunque, davvero di falso le effusioni retoriche di apprezzamento verso l’ambiente, la natura e le future generazioni che ogni presidente o sindaco neoeletto a cariche istituzionali sul Garda ha proclamato al suo insediamento.
False non solo perché rivelano la mancanza di coraggio di esprimere le proprie idee, ma soprattutto per il loro intento strumentale, usate nei “discorsi pubblici” per accreditare i loro autori presso l’opinione pubblica come eroici difensori dell’ambiente.
Anzi, a ben vedere, questi eroi sono doppiamente falsi, perché fanno parte di quel mondo politico che non vede altro uso delle “risorse naturali” se non quello di consentirne lo sfruttamento commerciale.
Sono queste due pratiche, la falsità e la fede cieca nel mercato, che hanno trasformato i partiti in apparati lobbistici e hanno generato “anime morte” (coloro che non votano alle scadenze elettorali) stanche di essere prese in giro.
Da quando i flussi di denaro negli ultimi anni scorrono sull’intero bacino Gardesano verso la speculazione edilizia e il turismo speculativo del “lusso”, i vecchi slogan sono tornati prepotentemente alla ribalta.
La narrazione romantica e distorta dei benefici del mercato è sempre pronta per sedurre con promesse di “occupazione, introiti per le casse comunali, contratti per i fornitori locali, destagionalizzazione, prestigio per la destinazione. Manca la vaselina gratis ed il benessere è assicurato per tutti.
Dunque, via libera agli investitori che portano sviluppo e crescita sul nostro territorio. Una visione che va a braccetto con l’intervento pubblico. La ciclovia costata centinaia di milioni non va forse in questa direzione?
Sviluppo e crescita del commercio e del turismo. Stesso film, stessa scenografia, stessa sceneggiata sui benefici da proferire non alla maggioranza della popolazione che ha perso la speranza e la fiducia nelle istituzioni, ma alle curve nord della politica, ai tifosi, quelli tosti, che hanno sostituito alle idee la bandiera da difendere ad ogni costo, o, meglio, i propri interessi. Uno scenario penoso e ridicolo che fa divertire e ridacchiare, oggi come ieri, solo i veri detentori del potere: gli investitori.
La continuità di queste pratiche che durano da più di mezzo secolo sono una sorta di bomba ad orologeria che porterà il Garda verso una fine ignobile.
Negli anni 80 mandavo ai giornali provinciali le fotografie scattate sulle spiagge di Portese che riprendevano centinaia di anguille morte: oggi, infatti, ne è proibita la pesca.
Alborelle e cavedani, durante la frega, popolavano le rive del Garda: oggi non più. Il carpione (salmonide che vive solo nel Garda) è stato nei secoli descritto come il re dei pesci: anch’esso è quasi estinto. Con i finanziamenti pubblici iniziati negli anni 90 per la sua salvaguardia, si è solo “giocato” visto che l’impatto positivo delle attuali pratiche (prelievo di riproduttori in natura e ripopolamento) non è mai stato scientificamente dimostrato.
È evidente una crisi generale che minaccia il benessere di tutto il sistema ittico del lago alla quale si aggiunge la depurazione delle acque, un mattone sollevato, per ora, sulle nostre teste, dal peso di qualche miliardo da questa classe politica che prima o poi finirà per caderci sui piedi.
Non se la cavano bene neanche gli autoctoni Gardesani. Ieri si partorivano piani di edilizia popolare per andare incontro alle loro esigenze. Oggi si va incontro solo alle esigenze dei grandi investitori.
Risultato: l’allontanamento dal luogo dove sono nati. Ricordate l’enfasi di chi solo ieri faceva mettere la parola dialettale sulla cartellonistica per salvare l’autenticità delle tradizioni? Buffo no?
Nel teatrino del turismo e della ricchezza creata dalle sue imprese basta guardare “dietro” al sipario e scoprire un’altra amara verità: stiamo andando incontro anche in questo campo ad un fallimento.
La mancata rotazione delle coltivazioni o lo sfruttamento eccessivo dei terreni hanno mandato in rovina, condannandole all’estinzione, intere popolazioni nel passato. È una metafora, ma che può farci capire meglio le condizioni reali del futuro di strutture alberghiere bar e ristoranti nate dagli anni 60 agli anni 80.
Strutture che hanno già “dato i loro frutti”, spremute nel pieno vigore della loro forza vitale, l’invecchiamento strutturale ed il “nuovo clima” in cui devono operare, dissuadono, nella maggioranza dei casi, gli eredi, i rampolli delle “nobili famiglie” a continuarne l’operato.
Il “miracolo” che chiamavano turismo mette i piedi per terra e affitta le strutture a chi non si spaventa delle condizioni di lavoro più sfavorevoli che richiedono maggior sacrificio, indipendentemente dal passaporto. Un’altra scorciatoia al “miracolo” si può ben notare all’ufficio urbanistica dei comuni e si chiama “richiesta di cambio di destinazione d’uso”.
È questo il mondo nuovo, il paradiso promesso, forme di distruzione ambientale e sociale?
La “nuova” direzione di marcia che ci viene imposta con la realizzazione dei nuovi resort del turismo del lusso non fa altro che accelerare il timer di questa bomba ad orologeria che minaccia di mettere fine all’intero spettacolo.
Fiorenzo Andreoli
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