15 Luglio 2024
Nicolas ha 23 anni e un anno e mezzo fa ha deciso di trasformare la sua passione in lavoro: ha aperto la partita Iva come pescatore di professione nelle acque del lago di Garda. A metà pomeriggio scende al porto, esce con la barca a Garda e dispone le reti. Poi rientra a casa, dorme un po’, cena e attorno alle 2 di notte, tuta e berretto, ritorna in barca per ritirare le reti. Al mattino, al porto, grossisti, clienti privati o ristoratori attendono lui e i colleghi per acquistare il pesce fresco di giornata. Che ormai, però, è ridotto al lumicino.
«Coregoni, sarde, persici (quando è stagione)...di pesce se ne pesca poco», racconta Nicolas Valori, dalla sua barca. «Se in questo periodo l’anno scorso tornavo con 60-80 chili, oggi arrivo a 15-20. Troppo poco per soddisfare la domanda dei clienti». E soprattutto per avere un reddito: «L’80-90 per cento del reddito lo fa il coregone», continua il giovane pescatore. «Ma non vengono immesse le femmine: non si semina da quattro anni. Quindi se non lo si aiuta, il coregone diminuisce e pian piano scompare. Mala normativa impedisce le semine, perché questo pesce non è ritenuto specie autoctona. Anche le sarde nelle mie reti sono diminuite drasticamente».
Sulle tre sponde
È un allarme che vivono una settantina di pescatori professionisti veronesi e oltre una trentina di colleghi della sponda bresciana che parlano addirittura di un calo del 90 per cento di pesce pescato. Ed è così anche nell’alto Garda. Conosce bene il fenomeno, Stefano Ragnolini, già presidente della Cooperativa Fra i pescatori, che è stata chiusa nel novembre 2022. Ragnolini è giunto a fine carriera ed è andato in pensione da poco. «In quarant’anni di attività il lago è cambiato molto: le alborelle sono sparite, le anguille non si possono pescare perché inquinate, trote non se ne trovano, il carpione è vietato e comunque non c’è più, il lavarello è calato». E poi c’è il fenomeno preoccupante dell’aumento delle specie aliene e, in particolare, dei pesci siluri: «Ci sono esemplari di un quintale, pensiamo a cosa riescono a mangiare», continua Ragnolini. «E poi un tempo si potevano pescare le anguille, per 2-3 mesi in inverno. Per le alborelle si potevano usare le reti a catino, con due barche. Oggi è proibito».
I fasti di un tempo
Insomma, nei quarant’anni di carriera, pescatori come Ragnolini ne hanno viste di evoluzioni. Le anguille dal 2011 non si possono più pescare perché sono contaminate da Pcb. Il carpione è invece ormai protetto perché ne restano pochi esemplari e non si possono seminare: depongono le uova anche a cento metri di profondità. E si torna al coregone: «Se ci sono tinche, lucci, sarde», conclude Ragnolini, «mancano al reddito alborelle, persici e coregoni. Di questi ultimi un tempo tornavo dalla pesca con 80 chili, oggi torno con otto, se si raggiungono 20 chili è già una ricchezza. Sono calati dell’80 per cento. Occorre rifare le semine, come si sono sempre fatte». Il coregone non è considerato autoctono perché una specie deve occupare un habitat da almeno 500 anni per esserlo. Mentre il pesce è stato seminato, nel lago di Garda, “solo” dopo la prima guerra mondiale. Un secolo, insomma, non basta. Anche a Malcesine la situazione non è migliore. Mentre dalla sponda bresciana tra i 35 pescatori la preoccupazione è tanta, si pensa anche a cambiare mestiere e nel frattempo si organizza una riunione ad agosto tra pescatori professionisti a Manerba.
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