La pescatora si arrende: “Non è più il mio lago”

23 Settembre 2025

 

Peschiera. Il pesce siluro, la troppa burocrazia e il lago di Garda che “non è più quello di un tempo”. Sono i principali motivi per cui Rosella Orlandi, la pescatora del lago di Garda arilicense, oggi ottantenne, ha detto addio alla pesca che per tantissimo tempo è stata la sua vita, oltre che la sua professione.

“Mentre ero in mezzo al lago in un punto dove la profondità è di 40-50 metri a pesca di lavarelli, è successo un fatto che mi ha spaventata” racconta Rosella. “Era estate e a un certo punto mi sono accorta che nella mia rete era finito un siluro. Era enorme, poteva pesare circa un quintale e essere lungo due metri, ho cercato di guardarlo bene ma continuava a muoversi. Ho quindi subito tagliato la rete lasciandolo libero nell’acqua e sono tornata a casa”.

Da quel momento, il pensiero di salutare il lago e smettere di pescare che la pescatora coltivava da tempo, a fronte dei cambiamenti del suo “mondo”, è diventato concreto.

“Il basso lago ormai non è più quello di quando ero giovane e ho deciso di smettere”, prosegue. “Per come è diventato oggi, comunque, anche se avessi trent’anni, lascerei”. Rosella non si è più voltata indietro, né ha più preso in mano le reti per andare a pescare. L’incontro con il siluro p stato un ultimo tassello che ha portato la pescatora a smettere, ma di motivi per non tornare in acqua ce ne sono stati atri.
 

Dispiacere

“Il basso lago di Garda è finito”, osserva con dispiacere. “I primi a sparire, tra i pesci, sono stati i temolini, poi le aolette. Per trovare una tinca, oggi bisogna arrivare fino a Lazise, se non addirittura a Bardolino. E poi ci sono queste specie non nostre, come i siluri che ho pescato per la prima volta vent’anni fa davanti a Gardaland e che per tanto tempo non ho più visto. Poi, però, è arrivato ovunque.

Oltre al siluro, la cui vista sicuramente non lascia indifferenti, ci sono altre specie che non fanno parte della fauna autoctona, come il gambero. “MI è capitato di fare due ceste di sarde un giorno e trovarle tutte bucate sulla pancia”, spiega. “Sono stati i gamberi a bucarle, perché si cibano delle uova del pesce”. Che il lago sia cambiato, lo sostengono in molti. Per chi, come Rosella, lo ha vissuto fin dalla metà degli anni Cinquanta, è una certezza. La pescatora è salita in barca appena terminata la quinta elementare, il mestiere lo ha imparato dal papà Gino, con il quale ha pescato per molto tempo.

Poi è stato il suo lavoro per oltre sessant’anni, che è diventato la sua vita, perché anche dopo aver raggiunto la pensione, ha continuato a pescare, a costruire le reti a mano, a caricarle in barca e a partire al mattino presto per raggiungere i punti migliori, appresi con l’esperienza.

“Purtroppo, oggi questo non è più il lago di quando ero giovane” commenta, “ma non è colpa mia, se l’avessero trattato con i guanti, come si deve, come facevamo noi, non sarebbe arrivato ad essere così. Nell’alto lago si salvano, lì di pesce ne hanno ancora, anche perché c’è più profondità”.

Oggi per la pescatora, come per molti altri che si occupano della salute e del futuro del Benaco, la priorità è tenerlo pulito. Lei, infatti, da molto tempo sostiene che il collettore deve stare fuori dall’acqua e che andrebbero adottate politiche di tutela più rigide per conservare e tutelare questo ecosistema.

A suo dire i tanti divieti e gli orari imposti negli ultimi anni sono per chi pratica questo lavoro più un motivo ulteriore per arrendersi che una via per preservare la natura. “Non si può lavorare con tanti vincoli”, dice Rosella. “Un pescatore, come un contadino e chi fa lavori a contatto con la natura e gli avvenimenti, non ha orari. Da quando ho iniziato a pescare, sono sempre stata libera e comunque ho sempre rispettato il nostro lago. Questo non è un lavoro come quelli in ufficio: la frenesia di avere orari, fa perdere l’amore per questo mondo”.

 

Leggi l’articolo completo sull’Arena del 22 settembre.


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